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La cura del comune

La cura del comune

Il testo prende spunto dal seminario intitolato La cura del comune organizzato – nell’ambito della programmazione del Laboratorio di studi Ecologie Politiche del Presente – dal Centro De Estudos Sociais – Oficina De Ecologia E Sociedade (Università di Coimbra) e dal Gruppo di Studio Pan (Paesaggio-Ambiente-Natura) il 4/5 gennaio 2019 presso l’Ex Asilo Filangieri e lo Scugnizzo liberato di Napoli.

 

Vorrei partire innanzitutto da cura. Vorrei distinguere tra due maniere di intendere la cura. Da un lato la cura come una logica, un modo, o uno stile di azione, distinto da altre logiche, modi o stili di azione. Dall’altro la cura come un tipo specifico di attività. Questa distinzione è importante perché permette di comprendere come sia possibile che la cura, come modo di agire, possa darsi anche al di fuori di attività di cura e come ci possano essere attività di cura fatte senza cura.

La cura come logica, modo o stile di azione

Per discutere della cura come logica o stile di azione mi ispiro al lavoro di Annemarie Mol sulle logiche di azione nelle cure mediche. Annemarie Mol ha scritto un libro che si intitola The logic of care. Health and the problem of patient choice in cui mostra nella attività di cura ospedaliera la coesistenza di due stili di azione differenti, uno stile della cura e uno stile che lei definisce “della scelta”. Al di là della proposta della Mol, quello che mi interessa è l’idea della cura come uno stile di azione, accanto ad altri possibili stili di azione.
Come si distinguono questi stili di azione? Si distinguono dalla maniera in cui definiamo ciò che conta, in una data situazione, come importante ai fini dell’agire. Cioè questi stili di azione si distinguono a partire dal modo in cui definiamo ciò che vale, in una data situazione. Ciò a cui attribuiamo valore orienta il nostro agire. Gli stili di azione sono dunque connessi a diversi orientamenti normativi dell’azione, che noi possiamo potenzialmente adottare in una data situazione.

La cura come modo di agire, come stile di azione, implica una definizione contestuale e relazionale di ciò che è bene fare, di ciò che ha valore. La cura come stile di azione implica di agire in quanto parte di un sistema di relazioni e non in quanto individuo isolato che agisce, per esempio, per la propria utilità. Questo è un altro stile di azione.

La cura come modo di agire implica una conoscenza del contesto di azione a partire dall’esperienza. La cura come modo di agire trova le sue forme nel tempo della pratica ripetuta che permette di trovare il gesto adatto e il tempo adatto. La cura come modo di agire è legata al tempo nel senso del kairos, del momento giusto, più che del chronos.
Il modo di agire della cura si basa su conoscenze che non sono generalizzabili, ma che restano ancorate ai contesti. La cura come modo di azione si trasmette con l’esempio, con l’accompagnamento, con il racconto e non con il libretto delle istruzioni.
Il modo di agire della cura è attento agli indizi e a ciò che non si dice ma si esprime altrimenti che con le parole. Ciò vuol dire che si è attenti e permeabili al contesto.

Il modo di agire della cura implica di sentire, con tutti i sensi. Implica anche di lasciarsi perturbare.

La cura è uno dei modi di agire con cui possiamo entrare in relazione con gli altri in un contesto, o con noi stessi, accanto ad altri modi di agire che non sono né migliori né peggiori della cura. Sono altri, sono diversi, permettono di realizzare forme diverse di coordinamento. Sono per esempio il modo di agire dell’utilità per un obiettivo o il modo di agire in accordo a principi convenzionali che definiscono ciò che va fatto o non va fatto in una situazione, cioè principi legati a convezioni considerate come legittime in una data società perché associate a principi di universalismo definiti in astratto.
Il modo di agire della cura non è necessariamente sempre il miglior modo di rapportarsi agli altri e a un contesto: c’è un lato oscuro della cura come modo di agire. L’aderenza della logica della cura al contesto può a volte rappresentare un problema, quando diventa incapacità di cogliere, nel contesto, forme di dominazione o la rilevanza di reti di solidarietà più distanti di quelle immediate di prossimità. Il modo di agire della cura non è intrinsecamente buono. Ma è importante tanto quanto gli altri. Eppure è un modo di agire particolarmente invisibilizzato.

E qui vengo alla cura come tipo di attività.

La cura come tipo di attività

Il mio riferimento qui è Joan Tronto. Secondo Tronto, la cura consiste in un tipo di attività volta a mantenere, perpetuare e riparare il nostro ‘mondo’, così da viverci come meglio possiamo. Questo mondo comprende i nostri corpi, noi stessi e il nostro ambiente, tutti elementi che cerchiamo di mettere in relazione in una maglia complessa di sostegno alla vita.

Alla base della cura come attività, c’è dunque una visione dell’essere umano come essere che esiste e prende forma in una maglia di interdipendenze, che lo legano ad altri umani ma anche ad esseri viventi non umani. Per questo è, per definizione, vulnerabile. La cura rinvia dunque a un modo di essere presente a sé, agli altri e al proprio intorno basato sull’attenzione a questa vulnerabilità e dunque attenzione a ciò che è necessario fare per mantenere la vita e riprodurla. In questo senso la cura non è amore incondizionato per il prossimo; la cura è anche operare delle scelte riguardo a di chi e di cosa prendersi cura, decidendo anche di non curarsi.

La cura è, dal punto di vista antropologico, questa capacità, propria degli esseri umani (uomini e donne indistintamente) di prestare attenzione a queste interdipendenze, al bisogno di mantenerle, e all’agire di conseguenza. Queste interdipendenze sono interdipendenze tra esseri umani ma anche tra esseri umani e il loro intorno, interdipendenze con gli esseri viventi che lo popolano.
Tronto poi rintraccia come, storicamente, la cura si costituisca come un campo di attività legate alla riproduzione degli esseri umani e dei loro ambienti di vita, separato dalla produzione e sottomesso alle ragioni della produzione. Invisibilizzato e sminuito. L’invisibilizzazione riguarda non solo delle attività e dei soggetti che svolgono l’attività di cura ma è anche, più in generale, invisibilizzazione della logica della cura come modo specifico di valutare e di valorizzare.
Quello che mi interessa sottolineare è che la sfera della riproduzione, degli esseri umani e dei loro ambienti di vita, come sfera delle attività di cura, è anche una sfera di esercizio e trasmissione di modi di valutare e valorizzare che sono altri rispetto ai modi di valutare strumentali o ai modi di valutare in accordo a principi astratti, incluso il valutare secondo il prezzo di mercato: si tratta di modi di valutare che incorporano nella definizione di ciò che vale, la specificità di un’esperienza che si dà in un certo spazio e in un certo tempo, in una certa storia relazionale.
La sfera della riproduzione, come sfera delle attività di cura ma anche di espressione e trasmissione di una logica di azione della cura è dunque un luogo cruciale di costruzione di un senso non solo del proprio valore ma anche di un’idea di ciò che costituisce valore come qualcosa che è legato a delle relazioni e a una storia. Si tratta di un modo di intendere il valore che resiste all’idea della commensurabilità generalizzata su cui invece poggia il motore del sistema economico capitalista.

Sarò invece più breve su comune.

La cura del comune

Il mio riferimento in questo caso è Massimo De Angelis e la sua visione, presentata nel suo libro Omnia sunt communia, in cui il comune è un sistema vivo e “abitato”, un eco-socio-sistema, che esiste a partire dall’azione di attori identificabili, in luoghi identificabili; azione che è volta a produrre e riprodurre beni definiti in quanto tali da attori che li considerano come comuni. Beni che possono essere materiali o immateriali. Questa azione di produzione e riproduzione di beni comuni, che De Angelis definisce commoning, è orientata da principi che gli attori stabiliscono in comune e che sono volti a permettere al comune, come sistema vivo e abitato, di riprodursi e di rigenerarsi, cioè, appunto, di mantenersi in vita, al tempo stesso garantendo la produzione e riproduzione di beni comuni.

È chiaro dunque che il comune non è il pubblico, perché nel pubblico i principi che guidano l’azione hanno l’ambizione di essere universalistici, non legati a un contesto e a una comunità di commoners, a uno specifico eco-socio-sistema.

Inoltre, laddove il pubblico ha tendenza ad ammettere solo certi stili e modi di azione e non altri (la creazione della sfera privata risponde a questa esigenza di limitare l’ammissibilità pubblica di certi stili di azione); il comune è invece aperto alla diversità degli stili di azione, incluso lo stile della cura, perché il comune è sistema vivo e abitato e la cura, come modo di azione e come attività, è centrale al suo mantenimento e alla sua riproduzione. Questo vuol dire che nel comune non c’è solo una questione di diversità, ma anche di eterogeneità della natura dei beni comuni che sono perseguiti.
Il comune è allora luogo di tensioni sempre aperte rispetto a ciò che deve contare e avere valore, tra logiche concrete e logiche astratte del valore, tra logiche contestuali e logiche universalistiche, passando per le logiche strumentali; tensioni tra stili di azione della cura e stili dell’utilità o dell’agire convenzionale.

Perché il comune non è solo un sistema vivo e abitato che si mantiene e si perpetua ma, appunto, anche un sistema che produce beni riconosciuti come comuni, e che sono eterogenei.

Tutti i modi di agire sono importanti e necessari per il comune, per il suo esistere e riprodursi, anche perché il comune non esiste in un vuoto. Questo eco-socio-sistema sta all’interno di altri sistemi più ampi: quello del mercato, quello dello stato. Sia lo stato che il mercato hanno tendenza a stabilizzare, a fissare ciò che conta come valore. A dargli una forma stabile, convenzionale, laddove il comune mantiene la questione del valore aperta. È in questo che sta il suo essere “alternativo”.
E però il comune non esiste in un isolamento rispetto a questi altri sistemi, ciò che ha ovviamente una ripercussione sulla possibilità di mantenere aperta la questione del valore nel comune. Il comune può guadagnare margini di libertà, secondo De Angelis, creando reti di comuni e permettendo l’ampliamento di spazi in cui sia possibile l’espressione di logiche plurali ed eterogenee del valore. Questi margini di libertà sono margini anche di lasco, di informalità, in cui, come sempre, può nascondersi anche un lato oscuro, di arbitrio, di abuso.

Il comune è luogo di tensioni generative, tra modi o stili di azione, ma anche tra forma e flusso, e tra apertura e chiusura. In quanto vivo e abitato, non può fissarsi in una forma rigida: deve mantenere aperta la possibilità dell’emergenza del nuovo e dunque del cambiamento. Questo implica di pensare il governo del comune come una capacità di riconoscere e sostenere forme (o patterns) emergenti, non di imporli. Si tratta di trovare il modo di mantenere vive le forme, a partire dalla loro reinvenzione, dal margine lasciato allo scostamento della norma. Le forme del comune devono restare permeabili, e malleabili, ma essere riconoscibili.

Esattamente come la cura nemmeno il comune è buono in sé. Anche il comune ha il suo lato oscuro che tende a emergere quando si cercano di eliminare le tensioni che lo rendono generativo.

In questo senso il comune va curato, nella presenza e nell’attenzione ai processi del quotidiano, alle relazioni tra le persone, ma va anche immaginato e progettato, non perdendo cioè l’ambizione di una visione, di un immaginario radicale. Come invitava a fare Tomas Maldonado, si tratta di recuperare un senso della progettazione non certo come imposizione della forma e disciplinamento dei processi ma come capacità di sostenere le forme emergenti, di portarle a maturità, e di alimentare l’emergenza di nuove. Attraverso la progettazione si tratta anche di assicurarsi che queste forme del comune si associno a metabolismi socio-ecologici che creano le condizioni per una risposta ai bisogni umani sostenibile, cioè radicata nel riconoscimento che non siamo i possessori della terra, che non possiamo disporne come vogliamo e che abbiamo una responsabilità verso le generazioni future e verso i viventi non umani a cui viviamo intrecciati negli ecosistemi che abitiamo.

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