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Antropocene o Capitalocene?

Antropocene o Capitalocene?

Il testo è stato presentato in occasione della giornata di studio e approfondimento intitolata Antropocene o Capitolocene? Un’ecologia politica al plurale? svoltasi a Napoli il 9 giugno 2018, presso l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, nell’ambito delle attività programmate dal Laboratorio di studi Ecologie Politiche del Presente. La trascrizione, rivista dall’autore, è a cura di Christian De Luca.

Buongiorno a tutte le persone qui presenti.

Io penso che dobbiamo ringraziare collettivamente Nicola Capone, una delle persone che maggiormente ha contribuito ad organizzare tutta la settimana di Jason Moore in Italia e, in particolare, la giornata qui all’IISF.
Io ho il compito di introdurre, facendo finta che una parte dei presenti conosca molto poco o non conosca affatto l’elaborazione che Jason Moore ha proposto.

Produzione del cibo e produzione di lavoratori

Al centro dell’introduzione c’è il tema del rapporto tra, sostanzialmente, produzione di cibo e produzione di lavoratori. Forza lavoro da un lato e dall’altro la natura, ciò che noi normalmente chiamiamo natura e che Jason Moore chiama meglio natura extra-umana o non-umana. E, ovviamente, in maniera non retorica mi sento collegare le poche parole che dico alla morte di Soumalia Sacko. In maniera non retorica, perché da un lato c’è una mobilitazione in corso, sapete che c’è stata settimana di presidi. Immediatamente dopo, ci sono stati cortei nella Valle di Gioia Tauro, a Piacenza, qui a Napoli.
Anche perché la condizione di lotta e di vita di questo ragazzo, che ha lasciato una moglie e una bambina di cinque anni in Mali, è la condizione prodotta necessaria (questo è il problema) per la riproduzione del capitalismo così come lo conosciamo noi e, seguendo l’analisi di Moore, del capitalismo o, per meglio dire, dell’Ecologia-mondo capitalistica per com’è. Perché ci sono due questioni: la prima è che l’Ecologia-mondo capitalistica ha bisogno di produrre cibo e di produrlo, il più possibile, a basso costo per tenere basso il livello medio dei salari. Tra questi due processi c’è una relazione strutturale nel sistema mondo, perciò si parla di Ecologia-mondo. Il livello medio del costo del cibo deve essere cheap (cheap food) cioè basso il più possibile perché basso è il livello dei salari. E dato che a livello mondiale la relazione tra salari e costo del cibo è ancora oggi molto stretta – in Occidente forse di meno ma non nel resto del mondo – è evidente che per riprodurre un tasso di profitto sufficiente a tenere in piedi il livello di accumulazione necessario bisogna mantenere salari bassi e per tenere bassi i salari bisogna tenere basso il costo del cibo; e per tenere basse le condizioni di vita medie di chi quel cibo lo produce su scala mondiale. E la popolazione migrante in Cina, in Messico, ad esempio, molti del Chapas si muovono verso le regioni agricole del Messico mentre i messicani più bianchi si spostano verso la California per produrre. Migrazioni interne e internazionali, dunque, che risultano centrali nella composizione della forza-lavoro agricolo che consente quel livello di produzione basso al punto tale da tenere bassi i salari e quindi garantire accumulazioni e profitti.
Questo è un primo concetto introduttivo all’analisi che Jason Moore ha fatto ma è anche un concetto introduttivo all’utilità di questa analisi, nel senso che pone dei problemi di natura politica, sindacali, problemi legati ai diritti delle persone. Jason Moore, più volte, nella sua analisi invita a mettere in discussione ciò che lui e molti altri chiamano il dualismo cartesiano che, sostanzialmente, significa non tanto e semplicemente l’analisi di Cartesio ma la costruzione che abbiamo nel cervello della natura.

Le idee contano

Le idee contano, sono importanti. Le idee sono una forza materiale ripete Jason Moore, riprendendo Marx riguardo alle analisi sulla differenza tra struttura e sovrastruttura. La critica all’analisi di Cartesio è, soprattutto, incentrata sugli effetti. L’idea che esisterebbero un soggetto e un oggetto, il soggetto ha delle caratteristiche ben precise non è semplicemente un essere umano ma è un maschio non una donna, bianco, europeo, occidentale, potente, dominante, capace di imporsi. E tutto il resto è oggetto, non solo la natura ma tutto ciò che assimiliamo alla natura. Un riferimento a Silvia Federici, citata più volte anche da Moore, è importante perché assimiliamo il lavoro riproduttivo alla natura, cioè ciò che è sostanzialmente lavoro femminile (in Italia 75/78 % lavoro domestico da dati Istat).
Ma soprattutto mettiamo che quel lavoro riproduttivo si debba pagare e chi lo pagherebbe?
Con un stima di 5 euro lorde all’ora per 4 ore moltiplicato per 40 milioni di famiglie, nel senso complessivo del termine, si arriva a oltre 100 miliardi di euro solo in Italia, che dovrebbe pagare la fiscalità generale e quindi la tassazione complessiva che significa, dato che i salari non si possono comprimere ulteriormente, tutto profitto che va via. E’ evidente che c’è immediatamente un relazione diretta fra il lavoro femminile non pagato e il tasso di profitto. Questo è il problema. Cosa è incluso nella natura? Lavoro femminile, corpo, la natura propria così che verso tutto ciò che definiamo “oggetto”, in rifermento al dualismo cartesiano, vige un rapporto di dominio.
Un oggetto lo uso nella misura in cui serve e costa poco o è tendenzialmente free. Nel momento in cui non serve più io lo getto: è un rapporto interamente di dominio. E questo deriva dal dualismo cartesiano che separa e conferma questa separazione che, ad esempio, è evidente già nel processo di socializzazione dei bambini e delle bambine, o meglio, l’idea che esistono le cose utili e le cose inutili cioè le persone utili e inutili e, più precisamente, il lavoro dei maschi e il lavoro delle femmine dove se una madre è casalinga sembra che non lavori e non faccia niente, dunque l’idea che esistono un lavoro produttivo di lavoro e uno riproduttivo che non serve a niente.
Invece, la proposta che fa Jason e che fanno anche altri, nella prospettiva femminista, è che la base del valore non è lo sfruttamento del lavoro, il furto di valore, ma è il furto del lavoro non pagato, ciò che Jason chiama appropriazione, diversamente dalla capitalizzazione che è classicamente l’estrazione di plusvalore che poi produce profitto.

Dunque, per Jason Moore, la base su cui si rende possibile la produzione di valore, la capitalizzazione, è l’appropriazione del lavoro non pagato delle nature umane e extra-umane: lavoro domestico, tirocini, stage, volontariato (l’economia della promessa) dove c’è un quantità considerevole di lavoro nella sfera della produzione che non viene pagato, dimostrando come nella sfera del valore si è trasferita la logica dell’appropriazione.

Cioè, più complessivamente, il tentativo continuo di appropriarsi della natura in maniera non pagata. Il concetto di frontiera, dal sistema-mondo di Wallerstein, cioè il tentativo di cercare continuamente natura non pagata di cui appropriarsi. Prima l’abbiamo fatto con gli schiavi, oggi c’è il gas di scisso, poi cerchiamo di inquinare l’atmosfera e il problema che si pone è: ma questa frontiera si sta esaurendo? Aumentano le difficoltà di trovare petrolio, carbone, schiavi e la risposta è che bisogna produrli, ad esempio attraverso la guerra distruggendo e costruendo sempre per soddisfare la logica dell’appropriazione. In questo senso, le lotte indigene, contro le discariche e contro gli inceneritori sono forme di resistenza all’apertura di nuove frontiere. Lo stessa dicasi per l’ingabbiamento della mobilità umana che, impossibile da frenare completamente, è resa più difficile e più rischiosa così da produrre persone vulnerabili e una forza-lavoro indebolita. Questo mostra, tra l’altro, come le migrazioni stesse sono l’espressione di questa frontiera. Il governo e il contro delle migrazioni, diverso dal passato, ha l’obiettivo di fondare nuove frontiere e cioè cheap labour, lavoro pagato poco.

Queste sono alcune delle categorie che stanno dentro l’analisi di Jason Moore.
Spero sia stata utile l’introduzione a questo lavoro. Grazie.

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